Del parlare in pubblico

Un giorno, appena diciottenne, un amico di famiglia, che nella nostra città ha fatto la storia della critica d’arte e che rispondeva al nome di Francesco Carbone, mi chiese di leggere un libretto di poesie che avrebbe presentato qualche settimana dopo in un grigio salone del centro città. Lo lessi con attenzione, sebbene io non abbia mai amato i poeti fai-da-te che, purtroppo, abbondano in questo paese. La poesia trovo sia cosa seria, difficilissima da scrivere per le regole che ne stabiliscono ritmo, struttura, assonanze; la trovo anche complessa da comprendere per i tanti rimandi metaforici e talvolta per la cripticità del messaggio. Ci vuole quindi predisposizione per un certo sguardo sul mondo, originale, e una cura quasi maniacale per la lingua che va lavorata lungamente per trovarne senso, equilibrio e bellezza.

Nonostante la mia diffidenza nei confronti di raccolte poetiche di perfetti sconosciuti, lessi il libro per rispetto nei confronti di una persona cui mi legava un grande affetto e un’affinità di interessi culturali, nonostante la mia giovane età. Era un piacere ascoltare Francesco Carbone e imparare da lui. Per via di questo ascolto rispettoso e famelico che gli riservavo, venivo ricambiato con la stima che solo un uomo semplice e profondissimo come lui poteva trasmettere, andando ben al di là della differenza d’età.

Un paio di settimane dopo avermi consegnato il libretto, Carbone mi chiamò e mi disse di mettermi una giacca per accompagnarlo alla presentazione che avrebbe fatto del libro quel pomeriggio insieme a una donna, a me sconosciuta, che in virtù della sua laurea in lettere avrebbe partecipato da co-protagonista all’evento.

Ci andai da semplice spettatore, grato per quell’invito. Ciò che mi aspettava però, non era una sedia tra il pubblico ma una poltrona dietro una cattedra. Francesco, senza anticiparmi nulla, mi lanciò sul palco come primo oratore di giornata dicendomi, con la sua voce leggermente roca e tenerissima, una cosa molto simile a questa frase: “Vai, raccontagli cosa hai provato leggendo le poesie”. Tutto qui, nulla di più, se non si considerano il sorriso e la piccola pacca di incoraggiamento.

Mi prese di sorpresa e lo fece dinanzi a tutti, fortunatamente ignari di quanto stava succedendo dietro i microfoni spenti, ma molto incuriositi da questo giovanissimo sconosciuto con una giacca più larga delle sue spalle in panno verde.

Ovviamente dinanzi a una richiesta del genere avrei potuto reagire in due modi soltanto: scappare via piangendo lungo i corridoi, oppure fare finta di essere preparato all’evenienza e lanciarmi nella sfida che mi si offriva. Scelsi la seconda strada e ancora adesso non so spiegarmi il perché; forse un certo grado di incoscienza e un pizzico di narcisismo. Fatto sta che riuscii a mettere su un discorso a braccio e, stranamente, non mi tremò il petto perché non ebbi neanche il tempo di avere paura. Se mi fosse stato concesso lo spazio per pensare a quello che avrei dovuto dire, al pubblico che mi stava di dinanzi, alla signora titolata che attendeva di dire la sua, mi sarei fatto sopraffare dal terrore e mi sarei certamente bloccato, facendo una figura peggiore rispetto a quella che avrei fatto fuggendo in lacrime.

La donna che parlò dopo di me, dall’alto delle sue conoscenze, fece un lungo discorso con fogli sotto mano, appunti vari e lunghi, disquisizioni pedanti che fecero addormentare il pubblico, avaro di applausi per lei. Finita la sua parte, mi guardò in cagnesco senza dissimulare il desiderio di fulminarmi con il fuoco che usciva dai suoi occhi. Fu solo allora che intuii di aver avuto un discreto successo.

Quell’esperienza mi segnò, facendomi capire che mi sarei trovato bene in condizioni simili. Adesso però si trattava di trovare i contesti giusti dove esercitare il parlare in pubblico e, prima di quello, dedicarsi alla costruzione di un backgound culturale solido, in definitiva studiare, ancora studiare e poi studiare di nuovo, altrimenti quella strada si sarebbe trasformata in semplice cabaret di piccolo cabotaggio, privo di contenuti, per la risata facile.

Ora, sono in molti quelli che, invece, di parlare in pubblico non ne vogliono proprio sapere. Il rifiuto è totale perché le persone sono intimorite da questa evenienza in modo quasi patologico. Mi stupisce ancora adesso incontrare persone a me care, insospettabili sul versante autostima, dirsi incapaci di proferire discorso alcuno dinanzi a un qualsivoglia pubblico. Persone con una cultura generale e specifica davvero solida, ma incapaci di condividerla in plenaria, diciamo.

Bisogna dire però che la capacità di parlare in pubblico può essere utile anche ad altri mestieri che quelli artistici, educativi, mediatici o politici. Anche nei lavori più solitari ci possono essere momenti in cui si rende necessario comunicare, a un pubblico più vasto dei due soli colleghi che stanno in stanza con noi, il proprio punto di vista e le proprie conoscenze in merito a un argomento specifico di cui sappiamo più degli altri. Quindi bisogna attrezzarsi, apprendere qualche tecnica di base di public speaking e poi dedicarsi al governo delle proprie emozioni, per evitare di esserne invasi. Ma di questo ne parliamo tra un po’.

C’è poi un’altra categoria di persone che invece ama stare al centro delle attenzioni creando le condizioni per avventurarsi in discorsi pubblici senza purtuttavia avere le caratteristiche necessarie per sostenere l’impresa in modo efficace. Penso a tutti i miei “colleghi” di scrittura, chiamati a parlare in pubblico del proprio libro e che non riescono a fare breccia nel pubblico. Ovvero quello che dicono non arriva all’ascoltatore con quel grado di potenza emotiva che una comunicazione deve contenere per dirsi efficace, magari pure memorabile in alcuni casi. Di certo non basta la voglia di parlare in pubblico per avere garanzia di successo. Ma se c’è una certa capacità dialettica, un certo grado di faccia tosta – che nel gergo tecnico viene definita più correttamente “capacità di controllo delle emozioni” – nonché una solida base culturale, che significa avere qualcosa di interessante da dire, allora si può migliorare la tecnica attraverso alcuni esercizi pratici e un minimo di programmazione dell’intervento.

Ricordo un film di nessun valore in cui il protagonista era un personaggio politico spesso chiamato a fare discorsi davanti a una platea. Nonostante ciò aveva anche lui qualche preoccupazione nascosta da gestire, quando chiamato a parlare in pubblico. Per superare questa difficoltà emotiva confessò di tenere dentro una tasca del suo completo una forcina che di tanto in tanto toccava, per tenere impegnata la sua mente emotiva, per distrarla e così non subirne il condizionamento.Personalmente credo che il miglior modo di affrontare un pubblico è quello di essere preparati bene su ciò che si ha intenzione di dire, perché se non c’è succo da spremere dalla nostra materia grigia non c’è forcina che tenga. In più di queste considerazioni, occorre dire che ci sono dei metodi per tenere a bada l’emozione e facilitare così l’esplicitazione dei contenuti. Non sono metodi standardizzati ovviamente, pertanto ognuno è chiamato a trovare la propria routine rilassante prima di cominciare a parlare e, cosa più difficile, cercare le tecniche che ci rilassano mentre stiamo parlando. Quello che ha sempre funzionato con me e che mi sento di consigliare, è l’abitudine a guardare il pubblico come se fossimo un drone che lo sorvola. Far girare lo sguardo sulle loro teste senza mai soffermarsi troppo sullo sguardo del singolo può aiutare soprattutto all’inizio dell’intervento. Guardare negli occhi un singolo spettatore può essere pericoloso se si è alle prime armi. Il pericolo deriva dall’interpretazione errata che noi possiamo fare del suo sguardo. Possiamo considerarlo erroneamente aggressivo, distratto, inquisitorio, oppositivo e via dicendo, tutti atteggiamenti che avranno come effetto quello di rendervi insicuri rispetto a quello che state dicendo e di darvi la tentazione di modificare in corso il piano del vostro discorso per adattarvi a quello sguardo disturbante. Il più delle volte, ve lo assicuro per averlo sperimentato sulla mia pelle, quegli sguardi non hanno il significato che noi gli attribuiamo, ed è sorprendente sapere che quelle persone hanno quello sguardo sia quando ti ascoltano, che quando guardano un film, o quando discutono con gli amici, con i figli o con la moglie. Punto.

Altro problema che spesso destabilizza il relatore inesperto è il suo insicuro rapporto con il proprio corpo. Ci guardiamo allo specchio e non ci piacciamo mai abbastanza, per cui andare in giro su un palco con un microfono in mano ci sembra una cattiva idea. Quando sei lì sopra sul palco, sai di essere l’unico essere vivente nella stanza oggetto di osservazione dettagliata. Il pubblico, mentre tu parli, ha tutto il tempo di osservare attentamente come ti muovi, come ti tocchi i capelli (se li possiedi), come ti cadono i pantaloni, se spunta un po’ di panza dalla maglietta, se sulle tue suole c’è uno vecchio residuo fecale di origine canina, insomma il pubblico guarda tutto e tu pensi… stanno ridendo di me per come mi cadono i pantaloni, per come cammino, per come mi tocco i capelli. Senti i loro sguardi addosso come spilli invisibili. Quindi se tu non sei a tuo agio con il tuo corpo, se non hai fatto pace con i tuoi difetti fisici, con le tue manie, i tuoi tic bonari che hanno la funzione di oscurare questi stessi difetti (e invece li sottolineano); se pensi di avere un incedere ridicolo, una camicia del colore sbagliato, di sputacchiare quando parli, allora è il momento di lavorare proprio su queste cose in via preliminare. E chi si aspettava che consigliassi di lasciar perdere il public speaking, si sbagliava. Io ritengo invece che il parlare in pubblico possa avere, in questi casi, una vera funzione terapeutica. E badate bene, non mi permetterei mai di suggerirvi di cancellare tutti questi pseudo-difetti, perché significherebbe snaturarsi e diventare un prodotto umanamente neutro, confinante ai robot. Qui non si tratta di essere perfetti, ma di trasformare queste piccole difficoltà personali in una risorsa su cui appoggiarsi quando siamo chiamati a parlare in pubblico al fine di rendere ancora più efficace il messaggio.

Qualcuno si starà chiedendo: già, ma come si fa?

Lo strumento che mi è servito più di tutti è il senso dell’umorismo. L’ironia, la battuta di spirito, il prendersi in giro pubblicamente aiuta a tenere desta l’attenzione del nostro pubblico. Questo non vuol dire che dobbiamo trasformare il nostro discorso in una sequela di barzellette truci e autodenigratorie, questo mai. Bisogna usare l’autoironia invece, come il pane nelle polpette di carne: per alleggerirle. Per evitare che sotto i denti di chi ci ascolta ciò che diciamo appaia difficile da masticare, comprendere, digerire. L’ironia è un fluidificante, tiene vivo l’uditorio perché mantiene il relatore interessante ai loro occhi. Chi parla in pubblico e usa l’ironia come intercalare tra un gruppo tematico e l’altro del suo contributo, appare agli occhi di chi ascolta come un soggetto imprevedibile. Non si sa mai quando arriverà la battuta e questo crea aspettative che tengono viva l’attenzione, allora la mente rimane sveglia. E mentre attendo, caro futuro speaker, che tu dica la battuta che mi farà sorridere, magari imparo qualcosa dalle parti serie del tuo discorso.

Mauro Li Vigni

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