Il carrubo, un albero amico
“Quest’albero importato dagli arabi, carico di memorie bibliche ed evangeliche, ci parla sempre d’altri tempi e di altri costumi. Ampio, di fronda fitta e scura, dà un’ombra fresca, ossigenata, profonda. Faceva da casa agli uomini, da stalla agli animali; e sotto il suo ombrello isolante trovavano riposo e tetto il contadino, l’asino, chiunque cercava un asilo. Ogni carrubo è una piccola oasi, rievocante una terra di contadini e di pastori”.
Guido Piovene, scrittore e saggista vicentino, in questo brano, tratto da “Viaggio in Italia” del 1958, sintetizza mirabilmente il millenario rapporto che lega l’uomo al carrubo.
L’albero, inoltre, fa parte del repertorio mitopoietico del grande pittore sciclitano Piero Guccione. Nelle opere della sua prima produzione i carrubi, assieme ai muri a secco e ai paesaggi marini di Sampieri, sono i protagonisi assoluti.
Il visitatore del sud-est della Sicilia, sullo sfondo di un paesaggio brullo, si trova dinanzi spazi delimitati da muretti a secco e al suo interno maestosi carrubi con rigogliose fronde di colore verde scuro.
Il nome carrubo, proveniente dall’arabo Al-kharrub, indica da un lato la provenienza dall’area medio-orientale e dall’altro le vicende storiche legate alla sua diffusione nell’isola.
La denominazione scientifica di Ceratonia siliqua, riassume l’aspetto del frutto: “corno” dal greco e “silìqua” dal latino.
Il carrubo nasce come albero spontaneo nelle terre del bacino orientale del Mediterraneo. La sua coltivazione pare abbia avuto inizio soltanto al tempo dei Greci, che la estesero in Sicilia, mentre agli Arabi si deve la diffusione fino in Marocco e in Spagna.
Attualmente la coltivazione è concentrata nella fascia di territorio compresa fra le valli del Dirillo e dell’Anapo.
In questa zona della Scilia sudorientale, nonostante le frequenti estirpazioni per far posto alle colture intensive, il carrubo domina quasi incontrastato il paesaggio agrario e simboleggia il legame indissolubile tra l’uomo e la sua terra. Anche Salvatore Quasimodo, pur lontano dalla Sicilia, vedeva nel carrubo un’icona in grado di rappresentare la sua terra madre. E lo ricorderà nel Lamento per il Sud: “Ho dimenticato il mare, la grave conchiglia soffiata dai pastori siciliani, le cantilene dei carri lungo le strade dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie”.
A livello morfologico il carrubo si presenta come un albero sempreverde, appartenente alla famiglia delle Papilionacee ed avente foglioline larghe, coriacee, di color verde scuro e frutti indeiscenti, chiamati popolarmente carrube o vajane, di colore marrone scuro durante la maturità. I frutti contengono semi scuri, tondeggianti e appiattiti, assai duri, molto omogenei in peso, detti “carati”, utilizzati in passato come misura dell’oro.
In Sicilia la pianta si può considerare dioica, cioè con individui che portano solamente fiori maschili e individui che portano solo fiori femminili, anche se raramente si possono osservare piante ermafrodite.
Le infiorescenze del carrubo maschio si presentano come una spiga munita di molti filamenti e massolini di colore arancio, le infiorescenze degli individui femminili si presentano come uno stelo portante delle piccole carrubette di color verdognolo.
Dopo un periodo di relativo disinteresse, in Italia, in Spagna e negli altri paesi del bacino del Mediterraneo, l’attenzione per questa coltura, negli ultimi anni, è cresciuta. I semi delle carrube vengono, infatti, sfruttati a livello industriale perché eccezionalmente ricchi di particolari polisaccaridi: i galattomannani.
La loro farina (locust bean gum, LBG) è un potente addensante di largo impiego nel settore alimentare, farmaceutico e cosmetico.
Se in passato si utilizzava la polpa per l’alimentazione, sia animale che umana, oggi questa può considerarsi un sottoprodotto e viene utilizzata quasi esclusivamente per l’industria mangimistica.
La farina di semi di carruba impiegata nei gelati artigianali conferisce una struttura uniforme e vellutata, evitando la formazione di cristalli di ghiaccio.
In tutti i prodotti emulsionati, come alcune salse e maionese, la farina di semi di carruba (sola o in combinazione con altri additivi) manifesta ottime proprietà stabilizzanti e addensanti, specialmente quando tali emulsioni sono sottoposte a trattamenti termici per la conservazione.
La struttura conferita a questi prodotti risulta notevolmente più leggera e gradevole rispetto a quella ottenuta con l’utilizzo di soli amidi e farine.
Infine è interessante ricordare il valore che ha assunto nel tempo il fungo parassita che si sviluppa sui tronchi delle piante vecchie: il Polyporus sulphureus var. ceratoniae. I carpofori, di colore giallo-zolfo, compaiono dopo le prime piogge di agosto e sono ricercatissimi, soprattutto nel territorio modicano dove sono considerati un’autentica prelibatezza.
Al di là della valorizzazione della coltura per fini economici, rimane comunque prioritaria la salvaguardia delle piante secolari, che contribuiscono a definire l’identità del territorio del Val di Noto e rappresentano una parte rilevante del patrimonio ambientale siciliano.
Giuseppe Macauda