Il seme sacro delle donne
Il seme del fico sacro è un film coraggioso, necessario, forte di una forza disperata.
Ultima pellicola del regista iraniano Mohammad Rasoulof, vincitore dell’ Orso d’oro al festival di Berlino del 2020 con Il male non esiste. Rasoulof, dissidente politico, già imprigionato nel carcere di Evin, vive oggi esule in Germania, e per la Germania Il seme del fico sacro concorre all’ Oscar come miglior film internazionale essendo entrato nella cinquina finalista. Presentato al Festival di Cannes 2024 ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria.
Il film, girato in clandestinità quasi tutto al chiuso, si compone di un prologo, due tempi e un epilogo.
Nel prologo la scena di un’auto che percorre di notte un sentiero di campagna sino ad un tempio dove l’autista entra per pregare. La preghiera è associata all’oscurità.
L’epilogo, che terrà col fiato sospeso sino all’ultimo istante, si svolge in piena luce, in un paesaggio roccioso, in mezzo a rovine archeologiche, vestigia di un’antica grandezza.
Tra prologo ed epilogo due parti ben distinte.
La prima ripercorre la Storia delle manifestazioni di piazza seguite nel settembre 2022 al fermo e all’uccisione della giovane Masha Amini colpevole di aver indossato troppo disinvoltamente il hijab e la cui uccisione innescò il Movimento Donne, Vita, Libertà .
Rasoulof mostra gli arresti arbitrari della polizia morale, le violenze gratuite le uccisioni efferate, servendosi di filmati amatoriali, girati con i telefoni cellulari dagli stessi manifestanti, che fanno vedere quel che la televisione di Stato oscurava o distorceva nei suoi notiziari. Questa duplice ottica su quanto accade nelle piazze è oggetto di discussione tra i componenti della famiglia protagonista del film.
Il padre Iman (Missagh Zareh), già apparso nella prima scena, è da poco stato promosso Giudice Istruttore della Guardia Rivoluzionaria e aspira a ulteriore progressione di carriera. Religioso fervente e osservante della legge islamica, assorbito dal lavoro, si vede tuttavia marito e padre autorevole e premuroso. La moglie, Najmeh (Soheila Golestani), devota al marito, cerca di smorzare le intemperanze e le richieste (smalto rosso, capelli blu) delle giovani figlie Rezvan (Mashsa Rostami) e Sana (Setareh Maleki) e tenere così unita la famiglia.
Nella seconda parte il campo si restringe all’interno delle mura domestiche dell’appartamento abitato da questo nucleo familiare, dove il padre-giudice è convinto di aver costruito una famiglia modello, serena e appagata dal benessere e dall’agiatezza assicurate dal suo ben remunerato lavoro. Ma le giovani figlie che studiano, Sana alla scuola superiore, Rezvan all’Università, e respirano l’aria della città e non il chiuso miasma del Palazzo di Giustizia, cominciano a contrastare il padre, non sono più disposte a ubbidirgli passivamente e mentre più autoritario e dispotico, sino alla paranoia, diventa il potere del padre, più coraggiosa e risoluta si fa la ribellione delle figlie. La madre, inizialmente schierata con il marito, progressivamente si sposta dall’appoggio incondizionato al ‘saggio capofamiglia’ verso le figlie che hanno compreso prima di lei quanto di marcio e crudele ci fosse nel lavoro del padre. Il ritmo del racconto subisce un crescendo che raggiuge lo Spannung nel momento in cui la pistola – data in dotazione al padre e segno del suo alto ruolo professionale – sparisce e il padre accusa le figlie del furto (nella prima inquadratura, premonitrice, era comparsa una rivoltella i cui proiettili rimbalzano su un tavolo e accanto un foglio e una penna). In questa seconda parte del film il conflitto interno al microcosmo familiare è metafora di un conflitto storico di giovani donne e uomini che lottano per la libertà e l’affermazione dei propri diritti contro fanatici ayatollah prigionieri di un integralismo religioso che ottunde il giudizio, proprio come succede al padre-giudice.
Nell’epilogo -di cui è bene tacere- il film vira da dramma storico a thriller sino ad un inatteso finale.
Il titolo viene spiegato in apertura dallo stesso regista in veloci didascalie. “Per molto tempo ho vissuto in una delle isole meridionali dell’Iran. Su quest’isola ci sono alcuni vecchi alberi di fichi sacri. Il ciclo di vita di questo albero ha attirato la mia attenzione. I suoi semi cadono sui rami di altri alberi attraverso gli escrementi degli uccelli. I semi germogliano e le loro radici si muovono verso il terreno. Quando le radici raggiungono il terreno, il fico sacro si regge sulle proprie gambe e i suoi rami strangolano l’albero ospite.” Fuor di metafora i semi che germogliano e vanno a radicarsi nel terreno rappresentano il coraggio delle donne che lottano e giungeranno ad abbattere il potere teocratico di un Iran agonizzante come l’albero ospite che i semi del fico sacro riescono a soffocare.
Le figure femminili de Il seme del fico sacro fanno pensare alla straordinaria protagonista del film Io sono ancora qui di Walter Salles, Fernanda Torres, che dà vita sulla scena a una donna eccezionale, Eunice Paiva, cui la dittatura militare del Brasile degli anni ’70 del Novecento rapì e uccise il marito. Eunice dedicherà la sua vita non soltanto alla crescita dei cinque figli ma, divenuta avvocato, alla difesa dei diritti umani e alla ricerca della verità. Comune ai due film è la lotta contro un potere dispotico, la dittatura militare in Io sono ancora qui, il regime teocratico degli ayatollah ne Il seme del fico sacro. In entrambi i film donne coraggiose, risolute a lottare contro il potere costituito per costruire un mondo migliore.
I due film concorrono all’Oscar: a miglior film internazionale, come detto, Il seme del fico sacro; alla migliore attrice protagonista Fernanda Torres con Io resto ancora qui. Sapremo il 3 marzo se il massimo riconoscimento cinematografico americano vuole ancora premiare chi lotta per la libertà.
Rosella Corrado