Il sicario e i cristalli di Ballarò: la recensione

Questo terzo volume corre su un terreno letterario più certo, configurandosi come romanzo giallo: Il lettore non deve districarsi su più piani narrativi, ma su un asse sicuro su cui tuttavia si aprono, in modo repentino, delle finestre multidimensionali su cui affacciarsi: ora il richiamo al Gioco delle perle di vetro di Hermann Hesse; poi il dipinto di Georg Grosz; o l’apparizione surreale delle tre figlie di Cocalo, sono una boccata d’ossigeno culturale. Cosi come si può respirare a pieni polmoni la cultura vernacolare che si dipana tra più registri linguistici: dal siciliano, al sardo, al veneto è un attimo. Anche in questo capitolo troviamo la dimensione del sogno, condiviso da Lilly e dal suo sicario, forse per dirci a chiare lettere qual è la chiave di lettura di questo romanzo, quale il messaggio (pedagogico) che l’autore vorrebbe far emergere: la droga abbaglia con le sue promesse false, per poi condurre alla tomba. A questo proposito, molto suggestiva è la metafora dei cristalli e della neve. Fa pensare a qualcosa che abbaglia per la sua bellezza e che ferisce, anche a morte, con il suo gelo (nel caso della neve) o con i suoi tagli (nel caso dei cristalli). anche Sicario e i cristalli di Ballarò, nel racconto di una tragedia contemporanea non solo panormita e nei sofisticati intrecci dorati del suo sapere, si trasfigura presto nella metafora del potere, pilastro che unisce tutti e tre i volumi dedicati al Chillero. Si tratta – qui Vito Lo Scrudato lo spiega in maniera più chiara -̶  del potere originario, l’Urmacht, da cui si snodano tutti i poteri; un protagonista della storia terribile e spregiudicato che fa del denaro “l’oggetto in senso eminente” come direbbe Carl Marx. L’autore presenta questi temi dalle tinte forti con la sua leggerezza narrativa e il consueto humor, introducendo nuovi spassosi personaggi: il maresciallo Crapa, chiamato più volte “Capra”, il “sardignolo” colonnello Murtas e il carabiniere veneto Ferrazin. Mi piacerebbe rivederli in altre avventure, magari impegnati nel tentativo, molto arduo, di catturare il sicario. E forse ignari che il misterioso suo datore di lavoro, il Tribunale, in realtà è un meccanismo dello Stato impegnato a mescolare le carte: perché l’autore lo sa, il bene e il male sanno confondersi in un mix molto pericoloso. A meno che non si trovino le armi per discernere la zizzania dal buon grano!

Anche questa volta viene descritto in maniera molto precisa lo stage dove i protagonisti stanno recitando la terza avventura voluta dal loro “talent scout”. Si, perché Vito Lo Scrudato sembra un regista che ha scritturato dei talenti da far aggirare con una certa libertà su un palcoscenico, quasi visibile ai nostri occhi per la sua aderenza al contesto reale di Ballarò, per poi dirgli: “che lo spettacolo abbia inizio”. E questi, felici di questa libertà, vanno in giro all’interno della scenografia autoriale come meglio credono: chi si fa paladino della giustizia e anche pedagogo; chi burattinaio delle nostre sorti; chi riesce ad allietarci con battute esilaranti; chi resta vittima della malvagità e noncuranza sociale. In ogni caso, tutti al servizio di una causa educativa, quale unico vincolo a loro richiesto dall’autore.

Avrei voluto che il libro non finisse mai, scritto in modo preciso, colto e scorrevole, ti seduce fino alla fine.

Enza Guagenti

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