Incontro di novembre

L’aria era ancora tiepida, quella sera, nonostante novembre fosse già inoltrato. Dagli alberi, le foglie manifestavano l’impazienza di posarsi lungo il viale, ma la temperatura singolarmente mite sembrava non volesse accogliere il desiderio di tregua della natura, esausta dopo un’interminabile ed arida estate.

Avevo lasciato che l’auto giacesse in garage, dopo una giornata densa di incontri mancati: sapete, una di quelle giornate che cominciano storte fin dal mattino, quando il primo appuntamento salta per motivi imprevedibili e, come una valanga inarrestabile, durante il resto del giorno si susseguono i contrattempi, gli intoppi, le assenze, tanto da chiedersi se non sarebbe stato meglio rimanere in casa a leggere un buon libro, magari poltrendo a letto o preparando con calma un’abbondante colazione.

Ritornavo a piedi lungo la Washington Avenue, così sommessa e raccolta, quando gli ultimi chiarori del vespro lasciano il posto alle ombre sfumate dei tigli e degli ippocastani, schierati a guardia del viale quasi deserto. Meditavo sul tempo trascorso così vanamente, augurandomi che il giorno seguente fosse fecondo, come compenso all’inutilità di quello appena trascorso ed accarezzando l’idea di un prossimo pasto caldo e di un buon disco da ascoltare prima del riposo notturno.

L’auto si accostò al mio passo svogliato e per un istante mi sembrò di rivedere la scena di un arrembaggio pirata, in un vecchio film in bianco e nero.

“Scusate, Signore. Abita in questi pressi Henry Logan?”. Aveva uno strano ed indecifrabile accento ed una voce cupa di magnetismi ferini, l’uomo che sedeva al volante della vecchia e lucida berlina. Ne osservai le mani tozze ed irsute, prima di ricevere un’impressione di gelo nell’incontrare l’abisso inquietante dei suoi occhi di lupo. Piccolo di statura, come si indovinava dalla posizione assunta nella guida, indossava un abito grigio fuori moda e le punte lanceolate di una camicia retrò si estendevano con aguzza geometria sulle pieghe precise della giacca fresca di lavanderia. Notai che portava degli antiquati gemelli d’oro e che teneva al polso un orologio meccanico di fattura europea dei lontani anni ’60. M’intendo di orologi e posso garantirvi che si trattava di un pezzo di notevole pregio e valore, prodotto in un numero limitato di esemplari. Forse, nell’intera contea se ne contavano uno o due. Tutto sommato, non stonava affatto con l’eleganza desueta dell’insieme.

Ciò che veramente m’aveva colpito, tuttavia, era la gelida indifferenza degli occhi, che sembravano attraversarmi l’anima come un fascio di raggi X attraversa il corpo, svelando mali temuti quanto ignorati. Un brivido mi attraversò la schiena, mentre una folata di vento spazzava la siepe di bosso, sollevando il foglio smarrito d’un quotidiano ormai inservibile. Percepii all’improvviso il fiato gelido di una indefinibile minaccia, come il transito muto d’un impercettibile tremore della terra che invade la quiete di un campo di grano maturo, sospendendo il sospiro delle lucertole e ammutolendo il canto acuto dei passeri. 

Quell’uomo così singolare aveva pronunciato il mio nome senza alcuna inflessione definibile, come avrebbe fatto un annunciatore d’altri tempi, quando la radio era capace di suscitare emozioni sincere con la semplice vibrazione di una voce profonda, pronta a balzarvi addosso dall’etere lontano, fin sulla vostra comoda e rassicurante poltrona.

Come una nube opaca di tempesta avvolge inopinatamente la cima d’un monte, sconvolgendo i piani di un viaggio iniziato nel segno d’una serena escursione, cieco ed irragionevole un terrore primitivo principiò ad insinuarsi nelle pieghe più profonde dell’animo, lì dove la ragione non ha più accesso ed è padrone l’istinto che ci accomuna alle bestie, capaci di avvertire l’approssimarsi di un gelo definitivo. Non avevo motivi razionali per mentire al forestiero; e tuttavia, senza alcuna spiegazione plausibile, un atroce sgomento si era impadronito del mio cuore imponendomi l’urgenza d’una menzogna, con il presentimento arcaico suggerito da un istinto primario di sopravvivenza.

Non so come ottenni dalle labbra un riscontro verosimile a quella sua inattesa richiesta che, sebbene pronunciata con espressione rassicurante, aveva evocato in me suggestioni sinistre, richiamando alla mente quell’angoscia elementare ed irriferibile che ci affrettiamo a rimuovere ogni qualvolta l’ombra indecifrabile della morte si trova a lambire il nostro transito improvvisamente consapevole.

Avvertivo la presenza di quell’uomo, raccolto nell’abitacolo scuro e lucido, con una sorta di repulsione istintiva, quasi che la sua apparizione costituisse, nelle serenità sospesa di quella sera d’autunno, una discontinuità inaccettabile, la materializzazione di un terrore cieco ed insensato, che possiamo affrontare soltanto con l’espediente vile d’una fuga, o con la rassegnazione della fede. 

“Henry Logan? Certo che vive nella Washington Avenue, ma temo che abbiate sbagliato città, signore. Il signor Logan si è trasferito da tempo a Green Hill. Sono 20 miglia a sud, ma la strada è scorrevole e potrete essere lì in una mezz’ora.”

Con calma imprevista mi ero risolto ad ingannare quell’ometto, che parve curvarsi sotto il peso di un’inattesa rivelazione, capace di turbare, pensai, piani predisposti da tempo e che era indispensabile portare a termine secondo la programmazione severa di un’Autorità indiscutibile. Scostò il polsino, dando un’occhiata all’orologio, che proiettò antiche luminosità d’ocra sull’abitacolo lindo ed ordinato. “Mezz’ora, dite. Potrei farcela, spero.” Poi, rivolgendomi uno sguardo di gratitudine: “Siete stato di aiuto prezioso. Mi ricorderò di voi, statene certo Signor…..”

“Ford”, dissi d’un fiato, “John Ford”, pronunciai con un impeto fuori luogo, recuperando da un anfratto della memoria immagini di indimenticabili sparatorie nell’irraggiungibile West della mia infanzia.

Tagliente come il ruggito della tramontana sulla tolda ondeggiante d’un veliero, un filo di sgomento mi percorse le membra, mentre lo vidi allontanarsi tra le ombre fulve del crepuscolo. Le poche, sparse foglie disperse lungo il viale, dopo una breve e precaria sospensione, ricaddero svogliate su radici gibbose, che tentavano di emergere dalla terra come vene rigonfie sulle mani stremate di un vecchio.

Avevo il cuore in subbuglio, mentre vedevo allontanare la minaccia indefinibile che avevo udito trapassarmi, come una spada dal filo così sottile da passare attraverso la mia anima senza alcuna traccia apparente e cruenta, nonostante la devastazione prodotta sugli organi più vitali. Sapevo, tuttavia, che insieme alla sagoma scura della vettura, si allontanava da me la certezza di un pericolo lugubre e definitivo.

D’un tratto, mi parve che il mondo sospendesse il suo cammino siderale e che il tempo, dopo un breve indugio, rifluisse nella direzione contraria alla marcia inarrestabile dell’entropia. Lentamente, come una barca che ammaini la vela e si sottragga alla spinta della brezza, l’auto si era fermata: poi, invertendo il cammino, aveva ripreso il suo moto mentre sentivo che nelle pupille di ossidiana del conducente progressivamente si allargava la sagoma della mia figura, impietrita sotto il silenzio solidale degli ippocastani.

Un gelo aguzzo prese a scorrere nelle mie vene, come un crudele veleno iniettato da un boia che rimane insensibile agli occhi terrorizzati del condannato. Quell’individuo – pensai – aveva fiutato l’inganno e stava tornando per svelare la mia menzogna e annientarmi, nel modo orribile che era stato stabilito fin dall’inizio del tempo. Non ero in grado di muovermi e rimasi ad attendere che l’auto  accostasse e lentamente si fermasse accanto a me. 

“Siete una persona davvero gentile, Signor Ford”, disse l’uomo abbassando il finestrino. Un sorriso imperscrutabile avvolgeva quel viso aguzzo e i suoi occhi di brace ardente parevano aperti sull’inferno. “Ho la sensazione” disse “che voi non abbiate una destinazione precisa e che stiate passeggiando senza una meta. Così, mi sono permesso di pensare che potrebbe farvi piacere accompagnarmi fino a Green Hill e fare due chiacchiere. Sempre che non abbiate altri impegni s’intende. E ovviamente” aggiunse fissandomi con l’intensità di un abisso a quale rivolgiamo lo sguardo, attratti dalle lusinghe dell’ignoto “per compensare la vostra cortesia sarei lieto di invitarvi a cena e riaccompagnarvi a casa, dopo aver portato a termine il mio compito. Che ne dite?”

Il tono con il quale mi si era rivolto non ammetteva alcuna replica. Quell’essere sbucato dal nulla di una serata sbagliata sembrava la personificazione del destino; e com’è noto, non c’è modo di sfuggire al fato, quando vi si presenta indossando panni che, piuttosto che celare le proprie intenzioni, sembrano aver gusto a mostrarne le fattezze livide, a rivestire di cupa inquietudine ciò che è già palese: la nostra totale e irrimediabile fragilità di fronte a ciò che è già stabilito..

Mi sembrò di deglutire metallo fuso, mentre le parole salivano alla bocca come lava fluida e rovente che emerge da un mostruoso condotto vulcanico. 

“E’ molto gentile da parte sua” dissi, mentre la mia mente vacillava, tentando inutilmente di impedire che io cedessi. “L’accompagnerò volentieri”.

[continua]

Santi Spartà

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