INDIFFERENZA

INDIFFERENZA

EUGENIO MONTALE (1898-1981)

SPESSO IL MALE DI VIVERE HO INCONTRATO  (1925)

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato. 

La parola Indifferenza è contenuta in una delle poesie più celebri del Novecento, Spesso il male di vivere ho incontrato, emblematica di una condizione umana che, pur non sconosciuta al secolo precedente (si pensi a Leopardi), attraversa il XX secolo riverberandosi in molteplici ambiti culturali, dalla filosofia, all’arte, alla letteratura. Il suo autore, Eugenio Montale, viene comunemente considerato il poeta “classico” del Novecento anche per la sua longevità, che lo ha reso testimone della vita culturale italiana fino alle soglie dell’era digitale.  

La poesia è contenuta nella raccolta giovanile Ossi di seppia, pubblicata nel 1925, proprio agli esordi dell’era fascista. Il testo presenta il tipico andamento del poetare montaliano, che incarna in oggetti il paesaggio interiore secondo un procedimento che i critici hanno definito “correlativo oggettivo”. Siamo davanti a due strofe di quattro versi ciascuna. 

Nella prima strofa il poeta dice non di avere provato ma di avere incontrato il male di vivere, che egli identifica in un torrente che gorgoglia perché non riesce a fluire liberamente, in una foglia che si accartoccia per la sua secchezza ed in un cavallo morto. Notevole il linguaggio che designa la condizione di questi tre elementi, l’uno appartenente al mondo inanimato, l’altro al mondo vegetale e l’ultimo, con evidente climax, al mondo animale: fiume-foglia-cavallo. Strozzato, incartocciarsi, stramazzato. Si tratta di parole dai suoni forti, violenti, che segnalano il male di vivere inteso come costrizione, declino, morte. 

Nella seconda strofa il poeta esordisce con un’espressione in cui viene confermata l’impossibilità del Bene al di fuori di una condizione definita prodigiosa, quella che consente una “divina” Indifferenza, l’antidoto al male di vivere che a sua volta non viene rappresentato se non attraverso immagini, altre tre immagini che si contrappongono alle precedenti: una statua nel periodo più pigro del pomeriggio, una nuvola, ed un falco che si allontana in alto. E anche questi elementi si connotano quali simboli di un paesaggio interiore: una calma quasi atarassica che caratterizza la staticità (ma anche la solidità?) di una statua peraltro in una condizione di sonno-veglia; l’impalpabilità di una nuvola, che sta lontana dalla terra e dai suoi mali; e infine la leggerezza e la capacità di allontanamento di un falco che si solleva in alto. Insomma tutti elementi caratterizzati da una sorta di miracoloso distacco dal male di vivere: proprio una divina Indifferenza.

La forza della poesia e dei poeti, oggi sempre più di nicchia, stava (e starebbe ancora) in questa densità linguistica, con cui riesce ad esprimere la profondità del sentire non solo attraverso immagini ma anche attraverso il fonosimbolismo insito in costrutti come falco alto levato con quel reiterarsi di a ed l che sembra evocare proprio lo slancio leggero con cui ci si libera dalla pesantezza del vivere.

L’Indifferenza, come si è visto, è accompagnata da due termini – prodigio e divina – che la situano dentro l’accadere piuttosto che dentro il progettare. La capacità di non dipendere dai capricci dell’esistenza e di non essere risucchiati dentro il vortice della vita – dentro il “male di vivere” – non sembra essere il prodotto di una strategia mentale efficiente, l’approdo di un percorso di matrice epicurea volto a prendere le distanze dagli affanni, bensì una condizione inattesa, per quanto desiderata, che consente agli umani di provare l’ebbrezza della leggerezza. 

Indifferenza è una parola a rischio di ambiguità. Sembra essere imparentata col qualunquismo, con l’ignavia di memoria dantesca, con quell’atteggiamento equidistante che non vuole mettersi in gioco, non vuole schierarsi perché in fondo vanno bene tutte le soluzioni. L’indifferenza non piace. Le persone indifferenti ci indispongono soprattutto quando sentiamo necessario assumere una posizione chiara assumendosene tutti i rischi. È vero tutto questo, ma non è l’indifferenza di Eugenio Montale.

Qui Montale probabilmente avverte la stessa esigenza – affrontata nel numero precedente di questa rubrica – del Pascoli di “Nebbia”, che si protegge dalle cose lontane che vogliono che “ami” e che “vada”. La poesia si fa portavoce del disagio esistenziale che attraversa il passaggio dall’Ottocento al Novecento, cui non può risultare estranea la vicenda storica delle due guerre mondiali e dell’orrore perpetrato dai totalitarismi. Il male di vivere non è soltanto interiore, ma anche storico. I tre elementi della prima strofa hanno in comune la morte, la mancanza di libertà e di vita, sono caratterizzati da un senso di sottrazione violenta. Mentre la seconda strofa non contrappone alcunché di agonisticamente romantico, non mette in scena l’impresa dell’eroe che in nome della libertà da ogni costrizione abbatte ogni limite. Nella seconda strofa non ci sono eroi.

Che uomo emerge allora, dalla seconda strofa? Quale plausibilità può assumere l’uomo della divina Indifferenza? Si tratta di una plausibilità sociale o politica? È un profilo intimistico di uomo? Oppure c’è una via di fuga dall’intimismo disimpegnato e si può immaginare una prospettiva diversa, secondo la quale è data all’uomo la chance di non coltivare idoli o ideologie, di non avere dipendenze, di sapere planare sulle cose dall’alto, secondo la celebre definizione calviniana di leggerezza? 

A volte serve coinvolgerci, a volte serve prendere le distanze, perché solo dalla distanza si comprendono le cose. Il falco che si leva alto, tra le nuvole, può essere metafora di uno spirito che non vuole lasciarsi fagocitare dall’effimero destinato alla dissoluzione. Non lo sappiamo. Tanti enigmi ci lascia la poesia di Montale, e per questo mantiene il suo fascino, perché è un testo aperto, polisemico, ricco di possibilità ermeneutiche. Per questo è un classico, e come tutti i classici non cessa di interrogarci.

Maurizio Muraglia

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