La corsa delle donne

Marzo, mese di rinascita, porta con sé tracce di conquiste storiche: la Giornata Internazionale della Donna. Una ricorrenza che fotografa pagine di lotte, soprusi, violenze e lente conquiste. Dove ogni traguardo raggiunto è una ripartenza, ed ogni passo avanti inciampa ancora contro l’arduo e faticoso cammino della parità di genere. Le donne corrono, perché fermarsi non si può, la meta potrebbe diventare solo un’utopia, ma i diritti hanno fame di realtà. E in questa corsa senza tregua, risuona forte il messaggio di C’è ancora domani, il film della regista/attrice Paola Cortellesi. Un intenso racconto cinematografico in cui la regista attraverso un Neorealismo reinterpretato a volte con ironia, a volte con cinismo, a volte con la leggerezza di momenti lirici racconta la coraggiosa lotta per la conquista del voto femminile. Non ci si può distrarre in questa corsa al domani, dove il bianco e nero della pellicola ti tiene incollato sino alla fine e ti invita a fare parte del racconto con l’occhio di una narrazione neorealista. Insieme a Delia, la protagonista, si soffre e vorremmo dirle quanto la capiamo, quanto ancora l’universo femminile subisce tanta violenza. Sullo sfondo della fine della seconda guerra mondiale c’è la città di Roma, simbolo di un’Italia che tenta di rialzarsi come può. È il 1946 e gli americani presidiano ancora le strade della capitale.
In un contesto di povertà, miseria e degrado scorre la vita di Delia e della sua famiglia: tre figli, un marito, il suocero ed una casa che è un sottoscala. Ma Delia nonostante tutto vive con dignità, con quella forza che non esplode, perché è costruttiva, anche nei momenti più terribili, anche quando la violenza del marito Ivano esplode sul suo corpo e sulla sua anima. Sono ferite profonde che lasciano segni dentro e fuori.
La Cortellesi le racconta con garbo e grande sensibilità. Ivano, è marito/padrone, picchia e picchia duro, mentre suonano in sottofondo le parole della canzone “Nessuno” “Nessuno, ti giuro, nessuno. Nemmeno il destino ci può separare. Perché questo amore che il cielo ci dà sempre vivrà”. La scena racconta una contraddizione, un assurdo, tra ciò che l’amore dovrebbe essere e ciò che nella realtà scenica Delia vive con il suo Ivano, un amore eterno che è una condanna, contrariamente al testo della canzone in cui l’amore eterno è dolcissimo.
Ivano non perde occasione per denigrare la sua sposa, farla sentire un’incapace, e quando finestre e porte si chiudono per consumare la violenza tra le mura domestiche, tutti sanno ed accettano senza tragedie, perché era la “normalità”. I lividi, i segni delle violenze nel momento stesso in cui compaiono svaniscono nel nulla, tutto scompare e si ritorna alla normalità, come se non fosse accaduto nulla per Delia. Il film racconta un modo di vivere scontato, accettato e che ha richiesto il sacrificio di tante donne, perché oggi si abbia consapevolezza e coscienza della violenza domestica.
Delia è un serbatoio su cui gettare rabbia, frustrazioni, preoccupazioni ed ansie, ma lei, moglie, madre, nuora, lavoratrice, donna ha una sua forza che non tutti conoscono e non sospettano, forse neanche lei.
Donna intraprendente si è costruita una sua indipendenza economica. Delia cuce, ripara la biancheria, fa le iniezioni, ripara gli ombrelli, lava la biancheria e noi sentiamo la sua forza, il suo coraggio che si fa sempre più grande fino ad esplodere alla fine del film. Delia ama, non coltiva odio e generosamente salva la figlia da un matrimonio sbagliato che l’avrebbe portata a vivere la sua stessa condizione. E sarà proprio l’amore per la figlia a farle acquistare quella consapevolezza, che è coscienza di sé e del suo ruolo. “Devoannà”, come la chiama il soldato americano che cercava di aiutarla, non scapperà, non andrà via, affermerà la sua dignità di donna libera e consapevole, proprio quando riceverà una lettera che la porterà e ci porterà con il fiato sospeso ad un finale liberatorio. Delia è il simbolo di tutte noi e ci passa il testimone per continuare la corsa costruendo catene di sorellanza.

Marisa Di Simone

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