La Bibbia raccontata da Eva, Giuditta, Maddalena e le altre di Marilù Oliva

Marzo è il mese in cui si celebra la Festa della Donna, e Marilù Oliva è un’autrice che da sempre si dedica a restituire voce a figure femminili lasciate in ombra dalla storia.

Ho apprezzato molto questo suo ultimo lavoro perché, fedele al proprio ruolo di narratrice, ha evitato abilmente quello di teologa. 

Con una scrittura semplice e immersiva, capace di restituire il contesto storico e paesaggistico, dà voce alle donne della Bibbia, affinché raccontino, in prima persona, gli aneddoti del testo sacro. Il libro si legge come una raccolta di racconti. Pur con qualche piccolo adattamento, nel concreto, rimane fedele al testo originale.

Come lei stessa scrive nelle note finali, l’idea di questo lavoro è nata dal ritrovamento, in cantina, di un’esegesi della Bibbia scritta dal padre: seicento pagine di notizie, riflessioni e approfondimenti che l’hanno guidata nella costruzione di un ritratto delle figure femminili più significative. Certo, mancano voci come quelle di Maria, madre di Gesù, o Elisabetta, madre di Giovanni Battista, ma credo che questa omissione sia intenzionale: a parte Maria Maddalena, l’autrice ha preferito dare spazio alle figure rimaste più in ombra.

Partendo dalla Genesi, i racconti proseguono con l’Esodo, il Libro di Samuele, di Giuditta, di Daniele, di Ester concludendosi con i Vangeli, offrendo al lettore un approccio semplificato ma non semplicistico ad alcune pagine della Bibbia.

Le figure narranti assumono una dimensione realistica, mostrando i loro sentimenti: lo straniamento di Eva giunta nell’Eden, l’istinto di protezione della sorella di Mosè, l’eroismo di Giuditta, e così via.

L’autrice, come ho già detto, non è nuova a questo tipo di narrazione, lo ha già fatto con L’Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre, L’Iliade cantata dalle Dee, L’Eneide di Didone. Definirei il suo scrivere un femminismo letterario che punta a rintracciare le note più intime dell’emancipazione femminile. 

Dall’estratto che segue si può ben apprezzare lo stile, fortemente evocativo. 

Da pag. 236, il capitolo dedicato a Giuditta, leggiamo: “Spada. Io ero spada e fuoco e sabbia. Tramonti arancioni sulle distese color arachidi, acque sicure del Giordano, spinosa come il cactus del Sabar, mi nutrivo di caccia e spaziavo cavalcando sulle distese brulle attorno a Betulia, dove mi ero conquistata, con fatica e sudore, il rispetto dei miei conterranei. Perché per loro costituivo un’anomalia. Il mio defunto marito, Manasse, mi aveva lasciato in eredità oro, argento, armenti, terreni e schiavi che io trattavo con umanità. Vedova da tre anni, non prendevo in considerazione l’idea di risposarmi e avevo radunato gente che lavorava per me. In particolare ero attorniata da un corteo di compagne, sempre pronte a prendere la parola in mia difesa, leali, premurose, e tra esse una in particolare mi era molto cara, Emeth. Pur avendo ricevuto allettanti proposte per le seconde nozze, continuavo a preferire mille volte la mia vedovanza, perché nessun altro stato mi avrebbe concesso uguale libertà.”

E ancora, attraverso la sensibilità di Marilù Oliva, Maria Maddalena, parlando di Gesù (pag. 212) dice: “Chi non l’ha conosciuto non può capire. Non esistono uomini come lui, né mai ne verranno. Allora il mondo era confusione e polvere, nessuno sapeva dove aggrapparsi. Arrivavo da Magdala, una piccola città a est del lago di Tiberiade, una distesa cobalto contornata da colline ispide, cespugli, cactus sempre in fiore. Lì facevano il loro effimero regno gli uccelli migratori. Da quando lui aveva camminato sopra le sue acque, esso si chiamò «lago di Gesù». La vicenda divenne presto leggendaria. Era una notte graffiata da striature azzurrognole, come se Dio avesse lacerato le vesti del firmamento per sbirciare l’illogico che vi si dispiegava oltre. Non alitava un soffio di vento e nessun rapace osava rompere il silenzio con il suo stridulo verso. Aleggiava un’atmosfera di attesa, il creato sentiva che qualcosa stava per accadere. Finché si alzarono delle folate. Lui era salito sul monte a pregare e aveva ordinato ai discepoli di partire sulla barca per dirigersi verso Betsaida. Poi licenziò la folla che lo attorniava. Era così facile adorarlo, stare al suo fianco implicava una condizione molto simile alla felicità.” 

Con la sua scrittura epica e poetica, l’autrice rappresenta al meglio l’esperienza umana di queste donne bibliche, donando loro una voce intensa e vibrante.

Lascio al lettore e alla lettrice il piacere di scoprire le altre voci di questo libro, capaci di risuonare oltre il tempo e la storia. 

Adelaide J. Pellitteri

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